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Oggi ho visto un film. Un film meraviglioso e al contempo terribile che ti lascia in bocca l’amaro dell’ingiustizia e della frustrazione. Che ti fa sperare fino alla fine in un epilogo che non si conosca già, nell’intervento di una forza superiore che possa riavvolgere il nastro cambiando gli eventi. 
Invece no. 
Stefano muore, e muore nel peggiore dei modi, schiacciato dagli ingranaggi di un meccanismo che lo stritola senza lasciargli scampo. 
Sordo alle richieste di aiuto e di compassione. 
Cieco. Cinico. Assassino.
Era il 15 ottobre del 2009 quando Stefano Cucchi viene arrestato dai carabinieri nel Parco degli Acquedotti a Roma perché in possesso di 20 grammi di hashish e 2 grammi di cocaina. Quella notte stessa, ancora prima della convalida dell’arresto, si consumerà una violenza che, passando per ore di terribile agonia, lo porterà ad una morte assurda.
“Sulla mia pelle” è un film dossier, la ricostruzione fedele dei fatti avvenuti in quei 6 giorni, magistralmente raccontata dal regista Alessandro Cremonini e, altrettanto magistralmente, interpretata dall’attore Stefano Borghi che, come hanno dichiarato anche i critici meno clementi, si trasforma in Stefano Cucchi non solo nel fisico, ma “spegnendosi e ripiegandosi su se stesso, dà vita ad una rara immedesimazione fatta di ruvido calore, di rabbia impotente che nella seconda fase del film diventa una complessa veglia funebre”.
Si può realizzare un bel film da una storia orribile? 
Sì. Lo ha fatto Cremonini senza santificare né mortificare Cucchi, esasperando, piuttosto, quelle contraddizioni che sembrano ripicche autolesioniste, figlie di rabbia e sensi di colpa. 
Si esce dalla visione stravolti, ve lo garantisco.
Perché il caso Cucchi è l’emblema della frustrazione di una famiglia normalissima, di genitori normalissimi con un figlio irrequieto, problematico, difficile da gestire. Di una famiglia che ha dovuto affrontare il peggiore dei dolori ma che con tenacia ha continuato a chiedere giustizia.
Giustizia arrivata nel Febbraio del 2017, dopo 7 anni di processi, 45 udienze e 120 testimonianze, quando la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per i 3 carabinieri autori del pestaggio, confermando l’accusa di omicidio preterintenzionale. 
Alessio Bernardo
Raffaele D’Alessandro
Francesco Tedesco
Voglio ricordarmeli questi nomi.
Come voglio consigliarvi di guardare questo film, perché non si tratta di un’occasione per strumentalizzare delle idee o cercare di indurre lo spettatore a prendere una posizione. Niente di tutto questo. Si tratta piuttosto di un dignitoso, e ben riuscito, tentativo di restituire corpo e voce ad un essere umano fragile e fallibile, mostrando esclusivamente ciò che è oggettivamente documentabile attraverso le 10.000 pagine di verbale prodotte nei 7 anni di processi.
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, in prima linea come una leonessa affinché la morte del fratello non restasse impunita, ha dichiarato: “Quando ho saputo dell’intenzione di realizzare questo film ero spaventata perché stavo mettendo la nostra storia e il nostro dolore nelle mani di qualcuno che non conoscevo nemmeno. Oggi posso dire che non potevo metterlo in mani migliori. Questo film è ciò che dovevo a mio fratello”.
Io sono una mamma e in questo film ho ritrovato tutte le mie paure. Perché quello che è capitato a Stefano Cucchi, geometra di 31 anni, figlio di genitori per bene, potrebbe capitare a qualsiasi altro figlio. 
E hai voglia a dire che se l’è cercata. 
No. 
Cucchi era semplicemente un ragazzo imperfetto che forse, sì, cercava una strada. 
Un’altra strada però.

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