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MOTIVATORI E MOTIVATI

A volte lo dico: me lo merito.

Me lo dico. In pratica me la canto e me la suono.

Lo dico a me stessa: brava Rachele, stavolta te lo meriti.

Un complimento.

Un regalo.

Una sorpresa.

Un riconoscimento. Qualsiasi cosa.

Poi, ascoltando altre persone, leggendo post, realizzo che sono in molti a dirlo.

A dirselo. A scriverselo.

Me lo merito.

E allora divento anch’io immediatamente ridicola.

Perché mi rendo conto che agli occhi degli altri quel “me lo merito” potrebbe apparire vagamente fuori luogo.

Perché il merito prescinde da troppe varianti.

E il confine tra il merito e una buona dose di fortuna, caso, destino o buona sorte può essere talmente sottile da risultare invisibile.

Conosco donne che hanno mariti meravigliosi pur non meritandoli.

Figli responsabili e in gamba, pur non avendo fatto nulla per meritarli.

Vite serene, tranquille, agiate pur non essendo convenzionalmente meritevoli.

Eppure lo dicono. Lo scrivono.

Me lo merito.

E certo, vorrei avere un occhio dentro ogni smartphone, tablet, pc, per vedere la faccia di chi legge e decide di risparmiarsi il commento.

Più ci penso e più mi convinco del fatto che attribuirsi un merito sia una sorta di auto-celebrazione congeniale a pochi. Pochissimi.

Il resto è fuffa. Aria fritta.

E, per diretta esperienza, sono portata a credere che una buona dose di responsabilità, in questa selva di “inni a se stessi”, vada attribuita alla dilagante tendenza del “MOTIVAZIONALE”.

Corsi, libri, seminari, convegni e conferenze che raccolgono milioni e milioni di adesioni in tutto il mondo.

Milioni e milioni di seguaci in cerca di qualcosa chissà.

Di risposte. Di domande.

Milioni e milioni di esaltati disposti a credere a tutto, a chiunque abbia la qualità di confezionare sogni e sognatori.

L’abilità di suscitare ambizioni in persone poco ambiziose.

E ne escono eroi. Superman sgarrupati convinti di poter volare.

Perché lo scopo di questi corsi, di questi libri, di questi seminari, è quello di farti sentire parte di qualcosa di diverso, di esclusivo, di eccellente.

Di una nicchia, un gruppo ristretto di eletti, che hanno capito il vero senso della vita.

Vero e propri circoli di un sapere superiore che stimolano le persone a credere in se stesse in maniera spasmodica, promettendo esiti folgoranti.

Non lo so. Ognuno è libero di credere e di far suo qualsiasi metodo, di intraprendere qualsiasi strada pur di diventare “grande”.

Ma io non condivido.

Credo, anzi, che questa metodologia si basi proprio sulla debolezza di certe persone “smarrite”, in cerca di una strada.

Una qualunque.

Persone che non hanno alternativa, che cercano l’ultima spiaggia per smettere di galleggiare.

Persone che non hanno avuto la forza di credere, di provare, di rischiare.

Persone che si aspettano delle risposte. Indotte. Precotte. Solo da scaldare.

E ne escono eroi. Guerrieri.

Eletti osservatori di un mondo troppo misero.

Superman in leggings e cinturone che non hanno fatto i conti con la forza di gravità. A cui è stata data la facoltà di volare ma non le ali.

Che millantano capacità “innaturali”, che maneggiano con maestria flussi energetici e formule magiche, che hanno il filo diretto con il magnetismo cosmico.

Loro possono. Loro se lo meritano.

Appunto.

Poi, certo. Generalizzare è sbagliato e ingannevole. Sempre.

Ma io non mi fido.

Credo che certe qualità siano prerogativa di alcuni, non di tutti.

Qualità innate. Germogli rigogliosi di cui prendersi cura.

Inutile cercarli in un terreno arido.

Inutile stimolare un seme troppo debole.

Attenzione all’esaltazione del nulla.

Ai creatori di vaghe illusioni.

Per dire “me lo merito” bisogna avere una forza innata, la capacità di compiere scelte complicate, districarsi in situazioni difficili.

E queste qualità, cari miei, inutile dirlo, le hai o non le hai.

Al di là della motivazione.

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